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last update 13/06/05

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A proposito di nuvole

Cirro Bianco, Aurora
di Paolo Pizzuto

Era un’afosa giornata estiva e lui si confondeva tra i cirri bianchi perché le nuvole erano i fantasmi di chi aveva vissuto. Quelle nere e temporalesche erano ancora le anime del purgatorio, mentre lui, in primavera, era stato ammesso tra i Cirri Bianchi dopo vari gradi di penitenza.
Al primo grado era stato nebbia d’inverno e poco gli era concesso se non il passare casualmente davanti alle finestre di lei, per poi essere soffiato via al seguito d’altra nebbia.
Ricordava solo quella luce flebile, il suo essere considerato uno spiffero molesto e le finestre di lei subito chiuse. Mai avrebbe pensato che la nebbia potesse sentire il suo stesso freddo ebbene, lui lo sentiva. Poi, però, con la sua ineccepibile condotta ventosa si guadagnò la promozione a Nuvola Temporalesca di Primavera. Era bello sapere di essere, in questa nuova veste, per quanto burbero come si addiceva al suo ruolo, l’Ambasciatore della stagione degli amori. Poiché seppe fare piovere sull’arido e tolse la pioggia ad una macchina che stava slittando fuori strada, si guadagnò l’Elogio dell’Arcobaleno. Ecco, così divenne Cirro Bianco. Cavalcava il cielo azzurro senza foga né fretta perché il suo compito era ormai dei più nobili: doveva ispirare l’amore ed i poeti.
Dava agli uccelli migratori il segnale della bella stagione e rendeva candida la terra per gli occhi dell’Universo. Seguiva l’estate al passare delle stagioni, diligentemente e… serenamente. Infine, trasportava e cullava ogni giorno i desideri e le buone speranze degli uomini. Un dì l’Universo notò che le sue forme non erano colme come le volute degli altri Cirri Bianchi e gliene chiese il perché. Al momento non seppe rispondere, ma poi ricordò lo stupore di scoprire che la nebbia poteva sentire il suo stesso freddo.
Rispose allora che era troppo alto per vedere la Creatura Amata e che ciò lo lasciava infelice.
Chiese di potere essere trasformato nella Brezza dell’Ora di Transizione che, in estate , rinfresca la vita alla fine del giorno. ”E chi è costei”, chiese l’Universo. “Si chiama Aurora “ – “ Ah!… Principio, Nascita ed Alba di Vita, dunque, una brava ragazza…” – “Una Vostra degna rappresentante. Ma io la oscurai o forse entrambi, per troppa foga col fuoco ci scottammo, nella troppa luce ci abbagliammo e sciaguratamente, tramontammo per errore.” –
L’Universo rispose che c’era una grande responsabilità nel privilegio di carezzare gli umani facendo loro intuire senza svelarsi e gli chiese, conoscendo le sue vocazioni infantili, se non volesse per caso diventare Vento da Mareggiata estiva, Sacerdote del Mare. Il Cirro rispose che così un tempo l’ aveva già spaventata: voleva dunque essere più dolce ed era disposto a fare il vento spazzino pur di guadagnarsi l’onore di starle vicino. “E cosa ti fa pensare che non la spaventerai e saprai andartene all’ora giusta?!”

"Sarò tenue come la brezza, discreto come un profumo, basterà aprire le finestre per farmi entrare e riaprirle per mandarmi via; sarò leggero come un sogno, non pesante come un incubo..”. “Fosti un corridore – rispose l’Universo – sempre controvento perché ti venisse incontro, da oltre le dune, almeno il suo profumo. Controvento, perché, dicevi, se proprio dovevi cadere volevi caderci dentro… che fosse un ultimo passo… e non un passo indietro; ma nemmeno il sudore prosciugò il tuo orgoglio, e riuscisti a cadere con la faccia in terra perché il cielo, da solo, l’avevi guardato troppo perché lei ti dovesse rivoltare, se voleva vederti ancora. Per colpa del tuo orgoglio lei, che cercava il tuo volto, passò, ma non ti riconobbe. Cerca dunque il tuo sentiero, nello spazio e nel tempo, e torna a correre”.
Cirro Bianco smise il suo mantello, scese dal cielo e ritrovò i rumori del mondo. Mai aveva veduto i tubi di scappamento così da vicino. Spazzava ora la sporcizia e portava via lo smog. Di tanto in tanto mirava in alto i suoi regali compagni bianchi, e provava un velo di malinconia per quella vita altissima e limpida che aveva voluto lasciare. La durezza del suo lavoro lo stava involgarendo, cominciava a fare dispetti: stropicciando la biancheria stesa ad asciugare, rubando messaggi d’amore dai tergicristalli, scompigliando pettinature e ficcando bruscoli negli occhi per poi ridere delle smorfie delle persone. Ma portava via sporco e scorie dai quartieri dei ricchi come da quelli poveri, senza trascurare mai nessuno, senza mai darsi malato un giorno. Grazie a lui fu un anno senza nebbia quando alla fine tornò la primavera.
Una sera il Sole lo guardò rosso in volto per il divertimento, era simpatico a tutti ora che, smesso di essere Cirro Bianco, avendo perso tutta l’eleganza di quel ruolo, risultava impacciato e sporco come uno spazzacamino, e tutti sapevano che si era congedato apposta dai Cirri Bianchi, per amore di una vivente fragile come uno spigolo di vetro, con un treccia fine sulla tempia preziosa come un germoglio nel gelo, e un cuore grande come il Sole al Tramonto. E per questo fu proprio il Sole al Tramonto ad avvertirlo, a fargli l’occhiolino con una provvidenziale Nuvola Passeggera, per dirgli che era giunto il suo momento, la sua Prima Sera.
Come per magia si sollevò senza sforzo, senza piombo era tornato leggero ed impalpabile, l’Universo lo aveva ascoltato. Finalmente poteva rivederla, portare alle sue micronarici gli aromi di primavera e il fresco della sera in estate dopo il lavoro. Era la Brezza dell’Ora di Transizione che si accompagna ai colori morbidi della fine del giorno. Da allora mai una sera ha mancato di andarla a trovare e di accertarsi di come sta. E lei, quando si sente soffocare dalla monotonia di tutti i giorni si ricorda del vento di primavera, e col vento lui arriva, quando si sente sola si sofferma a contemplare il cielo e scorge una nuvola. Tra le tante forme proprio quella, guarda caso, che la sta guardando.

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