| Viaggio immaginario di Laura D'Incà La stanza è profusa di luce pallida. Il
ronzio sommesso del climatizzatore in sottofondo, il
tavolo liscio incolore percorso da una vibrazione
leggera. Appoggio la mano sulla maniglia, spingo la porta
di vetro sul corridoio. Nella penombra accarezzo i
pannelli argentei delle pareti. Ascolto il mio respiro
sommesso. Gabbiani. Onde s'infrangono sulla spiaggia.
Profumo di salsedine. Un'insegna luminosa indica la prima
uscita. Il mare d'inverno. Poco oltre, altre indicazioni
fluorescenti. Chiudo gli occhi, saggio la consistenza
cedevole del pavimento. Un ticchettio rapido, regolare.
Uno spiffero. La costruzione di pietra emerge dalla
nebbia. S'innalza fiera in cima alla collina. Uno stormo
di corvi. Una lepre. Un sentiero. Ai lati, sterpi
ghiacciati, sassi appuntiti, rami spezzati. Un cavallo,
grigio come il panorama, tira un carro vuoto. Sul fondo,
poca paglia umida. Il cielo si apre gradualmente, man
mano che si sale. Squarci di blu. Un falco. La luce del
giorno colora di giallo le mura, la superficie del lago,
la rada boscaglia assopita. Una donna. Un mantello scuro
l'avvolge, un cappuccio tirato sul capo, qualche ciocca
dimenticata sul viso. Canta senza parole. Si china a
cercare qualcosa. Continua a canticchiare. Il sentiero
scende dolcemente su una vallata aperta, deserta,
inondata dal riflesso del tramonto.
La musica da principio è solo un fruscio appena
percepibile. E' un tintinnio innocuo, un mormorio
lontano. La stessa melodia ripetuta all'infinito, piano
piano si palesa alle coscienze distratte dei
partecipanti. Una frase dopo l'altra più precisa, sempre
meglio definita, come se gli strumentisti si si
trovassero altrove e si avvicinassero man mano. La neve
ha uniformato tetti e viali, cortili, parcheggi e
giardini, la Città e le Montagne Dietro La Città. Una
bambina lancia un pezzo di gesso sul marciapiede bagnato.
Un labrador afferra tra i denti il guinzaglio verde,
corre in direzione opposta. Un poliziotto attraversa
veloce la piazza, soffia nel fischietto, fa un gesto con
la mano. Il tram riparte con uno scampanellio insistente,
i passeggeri appena scesi si scostano per farlo passare.
Una donna si stringe nel cappotto, si sistema al collo
una sciarpa color glicine. Ha una borsa da viaggio di
cuoio scuro a tracolla. Si guarda intorno. Alza una mano
a far da schermo alla luce bianca del pomeriggio.
Studenti vocianti scendono la scalinata del Teatro come
un corpo unico, le loro risa coperte dai rintocchi
dell'orologio. Fogli di giornale sospinti dal vento. Un
cancello chiuso. Un cappello sgualcito dimenticato sulla
panchina.
Il concerto è appena terminato, le luci alogene
illuminano a giorno la sala. Un uomo ritira al guardaroba
un giaccone cerato, lo indossa di fretta. Si toglie di
tasca una penna, un biglietto da visita, lo gira, ci
scrive su qualcosa. La ragazza del guardaroba porge una
stola di pelliccia chiara a una donna dalle lunghe mani.
Un cameriere si fa strada tra la folla verso il bar.
Regge con una sola mano un vassoio pieno di calici vuoti,
piatti impilati, posate. Dietro al bancone uno specchio
scuro. Sopra lo specchio un'insegna al neon. Appoggio la
mano sulla superficie levigata e fredda, spingo con
cautela. E' estate. Le cicale friniscono
ininterrottamente. I mango maturi cadono dai rami. Un
ragazzo spinge con un bastone una zattera lungo il
fiume. L'acqua è chiara, fresca, percorsa da una
corrente lieve. Mi lascio cullare, sospingere, guardo le
nuvole passare. La superficie dell'acqua appena
increspata. La sponda opposta. Una borsa da viaggio di
cuoio scuro, aperta, appoggiata a un tronco cavo. Un uomo
e una donna camminano fianco a fianco. L'uomo ha le mani
dietro la schiena, guarda a terra, poi di fronte a sè.
La donna inclina la testa da un lato, sistema i capelli
dietro l'orecchio. Un cigno. Una farfalla. Il tronco cavo
ospita un formicaio. La borsa di cuoio è vuota.
Guardando meglio, si vede sul fondo un cartoncino delle
dimensioni di un biglietto da visita. C'è scritto
qualcosa, a penna.
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