Knitting
di Anna Maria Speciale

Anna Maria Speciale, siciliana d'origine, è nata negli Stati Uniti e ha vissuto molti anni in America Latina. Questa poesia è stata scritta durante la sua permanenza in Guatemala. E' ostetrica. Attualmente vive a Manhattan e lavora nel Bronx. Progetta di trasferirsi in Italia.

I am lying in bed knitting. Purposely making this hat a little bit smaller, or maybe a bit bigger, just in case. If the head is so small from being too early. If the head is so big, if an anomaly caused it.

The heart stopped ten days ago. She hasn't felt it move in one week and three days. They called seven days ago, but tomorrow they'll come. I have been told to be prepared, it may have become soft in these ten days. Be prepared. I don't know how.

So I knit. My stupid, imperfect hats. I always give them away, a little proud, a little embarrassed, hoping the parents don't mind as I force their screaming newborns to suffer the harsh yarn while they're in my stay.

Tomorrow comes. I cling to whom I have in my life. "Don't make me face it" I say. I am coward bearing a half knit hat. His smile says nothing and I am forced to move forward in my day. The fear- maybe more present because I think I should feel it than out of true sentiment.

It's early. She's there- waiting, how many people to accompany her? Will they all be here the whole time? How long will it take? I pray that I am able to drink this away at the end of the day, that at day's end it will have become a part of my past. Status post call.

Lunch time, we begin. She smiles, we talk vague talk. No obvious pains, no signs of progression, not enough to say.

Dinner time, we continue. She remains with just her two sisters. I call long distance to fight with my sister. She doesn't understand my job, my life, my man, "my choices". Neither do I. I finish the hat.

No change, more medicine. Less conversation. More pain in our eyes. I sleep. Half- hour- I wake. Some change, new pain, labor begins. You could almost forget - that this is not the same. No patter-patter rhythmic drumming is sought. Just low moans, and whish-whish breathing.

Suddenly the force of the pain moves forward. One move, two moves, he is brought to light. We hide what is difficult, and present him to her. For the first time the water is released from her eyes. I strip my gloves to hold her hand. I want my hand held.

He is clothed, but not in my hat. Not able to be fit. It becomes a gift, a memento, a memory. I feel apologetic. I hang my head and bury the placenta. So small.

It is early morning, I file paperwork, finish my obligations, and pray for strong tears- some great release. But just sniffle and sneeze.

She is sleeping. Vital signs stable. I sit and wonder... what tomorrow will she wake to? And selfishly, I wonder... where are my tears?
 

Lavorando a maglia
di Anna Maria Speciale
(trad. di Laura D'Incà)



Sdraiata a letto, lavoro a maglia. Sto facendo di proposito questo cappello un po' più piccolo; o forse un po' più grande, dipende. Casomai la testa fosse piccola, per via d'una nascita prematura. Casomai fosse grande, a causa di un'anomalia.

Il cuore si è fermato dieci giorni fa. Lei non lo sente muoversi da una settimana e tre giorni. Hanno chiamato sette giorni fa, ma domani verranno. Mi è stato detto di tenermi pronta, avrebbe potuto ammorbidirsi in questi dieci giorni. Pronta. Non so come.

Così lavoro a maglia. I miei sciocchi cappelli imperfetti. Li dò sempre via, un po' orgogliosa, un po' imbarazzata, sperando che ai genitori non importi se costringo i loro neonati urlanti a sopportare il ruvido filato, mentre sono in mia compagnia.

Viene domani. Mi aggrappo a chi ho nella mia vita. "Fa' che non debba affrontarlo" dico. Sono una codarda che porta un cappello finito per metà. Il suo sorriso non dice niente e sono costretta ad andare avanti nella mia giornata. La paura - forse più presente perché, penso, dovrei sentirlo più che mai.

E' presto. Lei è lì - in attesa. Quante persone l'accompagnano? Staranno lì tutti per tutto il tempo? Quanto ci vorrà? Prego di essere in grado di dimenticarmi di tutto, stasera, che a fine giornata tutto ciò sia solo parte del mio passato. Status post call.

Ora di pranzo, si comincia. Lei sorride, ci scambiamo generiche chiacchiere. Nessun dolore evidente, nessun segno d'avanzamento, niente da dire.

Ora di cena, si continua. Lei è sola con le sue due sorelle. Io faccio una telefonata per litigare con la mia. Non capisce il mio lavoro, la mia vita, il mio uomo, "le mie scelte". Neppure io. Finisco il cappello.

Nessun cambiamento, più medicine. Meno conversazione. Maggior sofferenza nei nostri occhi. Dormo. Mezz'ora - mi sveglio. Qualche cambiamento, nuova sofferenza, il travaglio comincia. Puoi quasi dimenticarti - che non è lo stesso. Non cerchiamo nessun picchiettare ritmato. Solo impercettibili gemiti, un fruscio per respiro.

All'improvviso la forza del dolore avanza. Un movimento, due, e viene alla luce. Nascondiamo il difficile, e lo presentiamo a lei. Per la prima volta lascia andare le lacrime. Tolgo i guanti per tenerle la mano. Voglio che mi tenga la mano.

Lo vesto, ma non col mio cappello. Non si riesce a farglielo indossare. Diventa un presente, un ricordo. Sento di dovermi scusare. Abbasso la testa e seppellisco la placenta. Così piccola.

E' mattina presto, archivio documenti, termino i miei lavori burocratici, e prego per abbondanti lacrime - un grande sollievo. Invece tiro su col naso, starnutisco e nient'altro.

Lei dorme. Segni vitali stabili. Mi siedo e mi domando: a quale domani si sveglierà? Ed egoisticamente, mi chiedo: dove sono le mie lacrime?


(fotografie di Laura D'Incà)

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