Benvenuti! Welcome!

Cloudeating si rifà il look. Era ora! Lo sapete che la prima versione del sito è stata pubblicata nel 1999?! Cose da pazzi…

Today starts the restyling of Cloudeating. It was time, indeed! Do you know that the first version was published in 1999?! Just crazy…

The Hitchhikers’ guide to the Galaxy

The first pharagraph of The Hitchhikers’ guide to the Galaxy by Douglas Adams

“Far out in the uncharted backwaters of the unfashionable end of the Western Spiral arm of the Galaxy lies a small unregarded yellow sun. Orbiting this at a distance of roughly ninety-eight million miles is an utterly insignificant little blue-green planet whose ape-descended life forms are so amazingly primitive that they still think digital watches are a pretty neat idea. This planet has — or rather had — a problem, which was this: most of the people living on it were unhappy for pretty much of the time. Many solutions were suggested for this problem, but most of these were largely concerned with the movements of small green pieces of paper, which is odd because on the whole it wasn’t the small green pieces of paper that were unhappy. And so the problem remained; lots of the people were mean, and most of them were miserable, even the ones with digital watches.”

L’Incipit della Guida Galattica per Autostoppisti di Douglas Adams (Trad. L.Serra)

“Lontano, nei dimenticati spazi non segnati nelle carte geografiche dell’estremo limite della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo. A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro–verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano un’ottima invenzione.
Questo pianeta ha, o meglio aveva, un fondamentale problema: la maggior parte dei suoi abitanti erano infatti afflitti da una quasi costante infelicità. Per risolvere il problema di questa infelicità furono suggerite varie proposte, ma queste per lo più concernevano lo scambio continuo di pezzetti di carta verde, un fatto indubbiamente strano, visto che ad essere infelici non erano i pezzetti di carta verde, ma gli abitanti del pianeta. E così il problema restava inalterato: quasi tutti si sentivano tristi e infelici, perfino quelli che avevano gli orologi digitali.”

Video (english): So long and thanks for all the fish / Video (italiano): Addio e grazie per il pesce

    

The Daily Post Challenge

This poem is for the Daily Post Challenge of this week Time for Poetry

Song, for someone I loved
by Laura D’Incà

Blue lights across the space – he’s so far away
She slips through the night on a flying carpet
The rustling forest crashes into
The rumbling river among the rocks

This line of red yellow balloons carves the sky
Can’t wait no more for him to come back
Liquid gold on the head, liquid gold on her face
Silence, silence, silence on the sand

Comes dawn, finds a fawn, a hare, a blackbird
Pale light from the hills starts shining above
Liquid gold on the head, liquid gold on her face
Silence, silence, silence on the sand

La fioritura dei ciliegi

A rose, is a rose, is...

di Fujiwara Iyetaka

A coloro che pregano soltanto perché fioriscano i ciliegi, vorrei mostrare la primavera che risplende in una macchia di verde nel mezzo del villaggio coperto di neve.

By Fujiwara Iyetaka
(Trad. L.D’Incà)

To those who pray only for cherry trees to bloom, I would show spring shining brightly in a green spot in the middle of the village covered by snow.

 

Viaggio immaginario

White Balloons as a Work of Art
Viaggio immaginario
di Laura D’Incà

La stanza è immersa in pallida luce. Il ronzio sommesso del climatizzatore in sottofondo, il tavolo liscio incolore percorso da una vibrazione leggera. Appoggio la mano sulla maniglia, spingo la porta di vetro sul corridoio. Nella penombra accarezzo i pannelli argentei delle pareti. Ascolto il mio respiro sommesso. Gabbiani. Onde s’infrangono sulla spiaggia. Profumo di salsedine.

Un’insegna luminosa indica la prima uscita. Il mare d’inverno. Poco oltre, altre indicazioni fluorescenti. Chiudo gli occhi, saggio la consistenza cedevole del pavimento. Un ticchettio rapido, regolare. Uno spiffero. La costruzione di pietra emerge dalla nebbia. S’innalza fiera in cima alla collina. Uno stormo di corvi. Una lepre. Un sentiero. Ai lati, sterpi ghiacciati, sassi appuntiti, rami spezzati.

Un cavallo, grigio come il panorama, tira un carro vuoto. Sul fondo, poca paglia umida. Il cielo si apre gradualmente, man mano che si sale. Squarci di blu. Un falco. La luce del giorno colora di giallo le mura, la superficie del lago, la rada boscaglia assopita. Una donna. Un mantello scuro l’avvolge, un cappuccio tirato sul capo, qualche ciocca dimenticata sul viso. Canta senza parole. Si china a cercare qualcosa. Continua a cantare.

Il sentiero scende dolcemente su una vallata aperta, deserta, inondata dal riflesso del tramonto. La musica da principio è solo un fruscio appena percepibile. E’ un tintinnio innocuo, un mormorio lontano. La stessa melodia ripetuta all’infinito, piano piano si palesa alle coscienze distratte dei partecipanti. Una frase dopo l’altra più precisa, sempre meglio definita, come se gli strumentisti si si trovassero altrove e si avvicinassero man mano.

La neve ha uniformato tetti e viali, cortili, parcheggi e giardini, la Città e le Montagne Dietro La Città. Una bambina lancia un pezzo di gesso sul marciapiede bagnato. Un labrador afferra tra i denti il guinzaglio verde, corre in direzione opposta. Un poliziotto attraversa veloce la piazza, soffia nel fischietto, fa un gesto con la mano. Il tram riparte con uno scampanellio insistente, i passeggeri appena scesi si scostano per farlo passare.

Una donna si stringe nel cappotto, si sistema al collo una sciarpa viola. Ha una borsa da viaggio di cuoio scuro a tracolla. Si guarda intorno. Alza una mano a far da schermo alla luce bianca del pomeriggio. Studenti vocianti scendono la scalinata del Teatro come un corpo unico, le loro risate coperte dai rintocchi dell’orologio. Fogli di giornale sospinti dal vento. Un cancello chiuso. Un cappello sgualcito dimenticato sulla panchina.

Il concerto è appena terminato, le luci alogene illuminano a giorno la sala. Un uomo ritira al guardaroba un giaccone giallo cerato, lo indossa di fretta. Si toglie di tasca una penna, un biglietto da visita, lo gira, ci scrive su qualcosa. La ragazza del guardaroba porge una stola di volpe argentata a una donna dalle lunghe mani. Un cameriere si fa strada tra la folla verso il bar. Regge con una sola mano un vassoio pieno di calici vuoti, piatti impilati, posate.

Dietro al bancone uno specchio scuro. Sopra lo specchio un’insegna al neon. Appoggio la mano sulla superficie levigata e fredda, spingo con cautela. E’ estate. Le cicale friniscono ininterrottamente. I mango maturi cadono dai rami. Un ragazzo spinge con un bastone una zattera lungo il fiume. L’acqua è chiara, fresca, percorsa da una corrente lieve. Mi lascio cullare, sospingere, guardo le nuvole passare.

La superficie dell’acqua appena increspata. La sponda opposta. Una borsa da viaggio di cuoio scuro, aperta, appoggiata a un tronco cavo. Un uomo e una donna camminano fianco a fianco. L’uomo ha le mani dietro la schiena, guarda a terra, poi di fronte a sè. La donna inclina la testa da un lato, sistema i capelli dietro l’orecchio. Un cigno. Una farfalla. Il tronco cavo ospita un formicaio.

La borsa di cuoio è vuota. Guardando meglio, si vede sul fondo un cartoncino delle dimensioni di un biglietto da visita. C’è scritto, a penna: “Forse lasciamo aperta la porta sbagliata”.

Portrait of my ex-husband as a suitcase

IMG_20140203_233834

Portrait of my ex-husband as a suitcase
by Selima Hill

Listen, Lord, I know you want to help,
but please can I have a little suitcase instead,
the sort of little, rather battered suitcase
that’s got old labels all over it,
and little elasticated pouches round the inside
for swimming-goggles, necklaces, blackcurrant-juice;
that waits by the door looking so expectant and adorable
you have to take it with you
every time you go out,
that’ll go anywhere and do anything;
that’s as pink and summery, Lord,
as a summer pudding.

Look, O Lord, I know You’re trying to help,
but You’ve never had to deal with an ex-husband, have You,
so You don’t know what it’s actually like, do You?
Winter, Lord.
I need something I can hold.
And I can’t hold hands with a fall of snow, can I?
And it can’t be hard for someone like You, surely,
to get me a little suitcase to carry around.
And I want it to have two tiny keys, please.
And I want a really good one
that will love me for ever.

Ritratto del mio ex-marito in forma di valigia
di Selima Hill
(Trad. L.D’Incà)

Ascolta, Signore, so che vuoi renderti utile,
ma per favore posso avere una valigetta invece,
tipo una valigia piccola, piuttosto ammaccata
tutta coperta di vecchie etichette,
e piccole tasche con l’elastico all’interno
per occhiali da piscina, collane, succo di ribes nero;
che aspetti alla porta così speranzosa e adorabile
che devi per forza portarla con te
ogni volta che esci,
che venga ovunque, che farebbe qualunque cosa;
così rosa ed estiva, Signore,
come un budino estivo.

Guarda, O Signore, lo so che stai cercando di renderti utile,
ma non hai mai avuto a che fare con un ex-marito, vero,
perciò non sai realmente come sia, no?
Inverno, Signore.
Ho bisogno di qualcosa da poter stringere.
E non posso stringerele mani a una nevicata, no?
E non dev’essere difficile per qualcuno come Te, di sicuro,
procurarmi una valigetta da portare in giro.
E la voglio con due minuscole chiavi, per favore.
E ne voglio una buona per davvero
che mi ami per sempre.